Cronaca

Antonio Forte, capo clan camorrista di Baronissi, è morto in carcere a 76 anni dopo due condanne all’ergastolo

Antonio Forte, capo clan camorrista di Baronissi, è morto in carcere a 76 anni dopo due condanne all’ergastolo.

Antonio Forte, capo clan camorrista di Baronissi, è morto in carcere a 76 anni dopo due condanne all’ergastolo
Un uomo in carcere, seduto su una sedia, con un'immagine di un'area urbana e un cartello con il nome di un comune
Un uomo in carcere, seduto su una sedia, con un’immagine di un’area urbana e un cartello con il nome di un comune

Antonio Forte, capo del clan camorrista di Baronissi, è morto a 76 anni in carcere, dove stava scontando due condanne all’ergastolo. Il decesso è avvenuto mercoledì scorso nel carcere di Secondigliano, in provincia di Napoli. Forte, noto per la sua attività criminale negli anni settanta e ottanta, aveva già vissuto un periodo di detenzione per associazione per delinquere e per la sua adesione alla Nuova Camorra Organizzata. La sua morte segna la fine di un personaggio che ha lasciato un segno profondo nel tessuto sociale e giudiziario della Campania.

Da Cutolo ad Alfieri: un percorso tra clan camorristi

Negli anni Ottanta, Forte aderì alla Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo, per il quale curò anche la latitanza della sorella Rosetta. Successivamente, durante un periodo di detenzione nel carcere di Fuorni, fu tra gli artefici della dissociazione che lo portò a confluire nella Nuova Famiglia di Carmine Alfieri. L’imprenditore camorrista, come lo definiva lui stesso, ha sempre sottolineato le sue capacità negli affari, pur mantenendo un legame con la criminalità organizzata.

Le indagini del pm Centore hanno portato alla luce una serie di omicidi attribuibili a Forte. L’allora pm Antonio Centore ha condotto indagini che hanno rivelato tre omicidi commessi da Forte, tra cui l’uccisione di Tommaso Toriello nel 1983, Vincenzo Acconcia e Eduardo Donatone. Questi fatti hanno portato alla condanna a due ergastoli, che Forte ha scontato in carcere. Nonostante fosse diventato collaboratore di giustizia, gli è stato negato il programma di protezione per aver nascosto la sua responsabilità in quei delitti. Il pm Centore, divenuto in seguito capo della Procura di Nocera Inferiore, ha anche curato la confisca di una villa intestata a uno dei figli del boss.

Un’attività criminale che si estende dal traffico alla gestione di appalti

Forte ha avuto un ruolo chiave nella struttura del clan camorrista di Baronissi, con un’attività che si estende dal traffico di droga alla gestione di appalti pubblici. Tornato sul territorio negli anni Novanta dopo una prima condanna per associazione per delinquere, venne nuovamente arrestato per la sua adesione alla Nuova Famiglia. Pochi anni dopo, tornato in libertà, riuscì a gestire una serie di lavori pubblici a Baronissi attraverso un sistema di subappalti mascherati. Questa vicenda giudiziaria si concluse con la condanna di Forte e di altri imputati, mentre l’allora sindaco Giovanni Moscatiello fu assolto.

La morte di Antonio Forte rappresenta un momento di chiusura per una carriera criminale lunga oltre trent’anni. Il suo caso ha messo in luce i meccanismi di potere e corruzione all’interno della camorra, nonché l’importanza delle indagini giudiziarie nel risolvere casi irrisolti. La sua figura rimane un esempio di come la criminalità organizzata possa infiltrarsi in settori economici legittimi, come l’edilizia e i lavori pubblici. La sua storia, però, è anche un monito su come la giustizia possa, con determinazione, portare alla luce verità nascoste e punire chi ha commesso reati gravi.

La sua attività criminale ha avuto conseguenze dirette su diversi individui, tra cui l’ex socio Vincenzo Acconcia, ucciso per aver assunto la gestione dei lavori edili da lui avviati. Inoltre, Eduardo Donatone, che aveva tentato di contrastare la sua leadership, è stato assassinato nello stesso periodo. Questi episodi hanno contribuito a consolidare la sua posizione di potere all’interno del clan, ma hanno anche portato a una serie di condanne che lo hanno portato a scontare due ergastoli in carcere. La sua morte in carcere segna la fine di un periodo di dominio criminale che ha avuto un impatto significativo sulla comunità di Baronissi e sul sistema giudiziario locale. La sua storia rimane un esempio di come la criminalità possa evolversi e adattarsi, ma anche di come la giustizia possa, con l’aiuto di magistrati determinati, portare alla luce i fatti e punire chi ha commesso reati gravi.